VARANASI, LA CITTA’ DEL MOKSHA: DOVE LA MORTE DIVENTA LIBERAZIONE

Dopo aver ammirato il Taj Mahal ad Agra, proseguo verso quella che è l’ultima tappa del mio viaggio in India. Sto parlando della sua città più importante e sacra, “Benares”, meglio conosciuta come VARANASI.

Il detto dice:”Paese che vai, usanze che trovi” e qui se ne trovano di davvero particolari.

UN’ ANTICA CITTA’ SULLE SPONDE DI UN FIUME SACRO

Varanasi, le cui origini risalgono a 3000 anni fa, è una delle città più antiche non solo dell’India, ma del mondo. Situata sulle rive del fiume Gange, nello stato dell’Uttar Pradesh, è considerata la meta più sacra dell’induismo dove ogni giorno migliaia di fedeli si recano per pregare, compiere rituali e immergersi nelle acque del fiume per purificarsi.

In questo articolo però, vi voglio parlare di un’altra usanza tipica di questa città, che non è altro che il motivo per la quale mi ci sono recato, ovvero cercare di capire il legame che questo luogo sacro ha con la MORTE.

Una delle tradizioni più sacre ed importanti di Varanasi è rappresentata dai suoi riti funebri, che tramite la cremazione permettono all’anima del defunto di raggiungere il “MOKSHA”, ovvero la liberazione dal ciclo di reincarnazione.

CAMMINO SUI GHAT VERSO IL MOKSHA

I riti funebri a Varanasi si svolgono principalmente lungo le rive del fiume Gange, nei cosi detti “GHAT”, grandi scalinate di pietra che collegano la città al fiume; ce ne sono 88 in tutto, ma la maggior parte viene usata per altre cerimonie quotidiane, mentre solo due sono dedicati alle cremazioni: Manikarnika ghat e Harishchandra ghat.

In questi luoghi le pire sono attive 24 ore al giorno, ogni giorno e il rito è suddiviso in varie fasi, o passaggi per accompagnare il defunto nel suo ultimo viaggio.

A guidarmi in questa esperienza è Pelu, un addetto alle cremazioni, che lavora nel Manikarnika ghat e che mi spiega le varie tradizioni che riguardano queste pratiche funerarie.

L’ULTIMO VIAGGIO…

A volte il rito funebre di Varanasi inizia ancora prima della morte, quando le persone gravemente malate o comunque prossime alla fine della loro vita vengono accompagnate in queste strutture a ridosso dei ghat, dove possono trascorrere gli ultimi giorni in attesa della morte.

Tipica struttura con piccole stanze

Il corpo viene poi avvolto con un telo, bianco per gli uomini o colorato per le donne sposate e trasportato a spalla dai famigliari fino al fiume dove viene lavato o immerso nelle sue acque, considerate sacre e purificanti.

La cremazione tradizionale avviene su una pira costruita con ceppi di legno di albero di sandalo (un legno aromatico per coprire l’odore della cremazione) che vengono pesati e acquistati dalla famiglia del defunto secondo anche le loro disponibilità economiche; il corpo viene poi deposto su questa catasta di legna e ricoperto dalla stessa.

Luogo della vendita della legna

L’accensione della pira spetta generalmente dal figlio maggiore, il quale dopo essersi fatto rasare la testa, si reca a quello che viene chiamato il “fuoco sacro” o “fuoco eterno”, che non è altro che un cumulo di cenere e braci che viene continuamente alimentato da migliaia di anni.

Ogni pira ci mette in media 2/3 ore a bruciare, anche a seconda della grandezza del corpo e della quantità di legna; le cremazioni poi si svolgono giorno e notte, creando una continuità rituale unica al mondo.

Una volta terminata la cremazione, i resti quali frammenti di ossa e ceneri vengono raccolti e dati al fiume Gange, come gesto di restituzione del corpo alla natura e fine del percorso funebre. Mi è capitato di vedere alcune persone che con un setaccio passavano le ceneri direttamente in acqua per recuperare alcuni gioielli che si trovavano sul corpo del defunto.

Ogni ghat può tenere anche dieci pire in una volta sola, infatti si conta che ogni giorno vengano bruciate circa 200/300 persone.

VARANASI, UNA CITTA’ DI RITI E CERIMONIE INDUISTE

Il rito funebre rappresenta solo una delle tante espressioni della spiritualità di Varanasi. Lungo le rive del Gange, infatti, si svolgono quotidianamente numerose cerimonie religiose: mi è capitato di vedere numerosi pellegrini non solo farsi il bagno nel fiume, ma anche berne l’acqua, pregare, piangere e su ogni ghat la sera la cerimonia dell’Aarti, durante il quale il fuoco viene offerto al fiume con lampade accompagnate da canti e preghiere.

Varanasi è più di una semplice città, è un luogo di incontro, di purificazione, la fine di un viaggio, un luogo che si è fermato nel tempo e le cui tradizioni continuano ad essere attuate come in passato. Penso che non basti “viverla” per capirla fino in fondo, ma che sia necessario andare oltre l’esperienza esteriore e avvicinarsi alla sua dimensione spirituale, immergendosi nella pratica religiosa; solo attraverso un coinvolgimento più profondo è possibile ampliare il proprio sguardo e comprenderne meglio il significato.

Varanasi rimane senz’altro una delle esperienze più incredibili e surreali che abbia mai vissuto nei miei viaggi.

P.S.: Tornerò presto in India con i miei amici Domenico e Donato, entrambi suoi grandi fan (soprattutto Domenico).

Luca Fabbri

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